Degusti: Prodotti tipici (vino, olio, carne, formaggi, pasta, piadina e dolci) e ricette tipiche romagnole.
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Quasi 200 persone hanno affollato il loggiato di palazzo Manfredi in occasione della cena medioevale organizzata da Degusti >>

L’enogastronomia nell’area delle “Terre di Faenza” è di alta qualità, legata ai prodotti della campagna e delle colline che la impreziosiscono e si inserisce nella buona tradizione della cucina romagnola.
Ma la Romagna è maestra, a tavola, anche e soprattutto di convivialità.
E’ qui infatti che il carattere aperto e gioviale dei romagnoli si sposa magistralmente con la propria tradizione gastronomica: un patrimonio di materie prime, piatti, abitudini, riti e parole che la varietà di paesaggi e ambienti ha sviluppato. Grazie all’impegno di ristoratori attenti e sensibili, anche il turista può gustare oggi i piatti tipici provenienti per lo più dalla civiltà rurale di questa terra, profumati, per così dire, di memoria. La tipicità, va ricordato, è anche assoluto rispetto per le stagioni ed a tavola il buongustaio sa che occorre accordare il menù con il calendario.
E pensare che venti o trent’anni fa ci figuravamo che nel duemila avremmo mangiato pillole o cibi liofilizzati. Ed invece siamo qui, ancora attaccati alla mammella del passato, felici di trovare ed assaporare i “mangiari” di un tempo. Che, oltre a solleticare il senso del gusto, accarezzano l’animo, restituendoci il senso delle stagioni, il piacere di un mangiare semplice e salutare, il ricordo di modi di vita calibrati su tempi lunghi che non conoscevano stress ed ansia.
Le pere volpine cotte nel vino, la minestra di castagne, il savor con la piadina, le dolcissime giuggiole, da rosicchiare una ad una per poi sputare il nocciolo appuntito, non costituiscono solo degli alimenti.
Già la semplice elencazione ha la capacità di farci scivolare in un passato che non ritorna con gli aspetti duri della fatica e della miseria, ma con quello gradevole e gratificante dei sapori persi e ritrovati, per consolarci in un mondo che sembra non conoscere più il tempo delle stagioni, le regole della natura ed i principi del buon vivere.
Il cibo in queste terre non è certo né una necessità né un accessorio, bensì sapiente tradizione ed appassionata cultura radicata nelle mani, nel cervello e nel cuore. E’ un valore, sincero e spontaneo, che porta la padrona di casa (come faceva un tempo l’azdòra) ad accogliere l’ospite, che inatteso suona alla porta, anziché con un cordiale “benvenuto”, con un ben più ospitale e significativo: “cosa vi preparo da mangiare?”.

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